AND 16 – TRASPARENZA > Opacità

Negli ultimi cento anni il concetto stesso di edificio ha subito profonde trasformazioni e conseguenze lessicali ed in questo mutarsi continuo il concetto di trasparenza ne è stato il vettore primario.
Dall’idea premoderna del manufatto come ‘corpo organico traslato del corpo umano’ di cui si imitava la struttura ideale, si è passati al concetto di edificio come ‘corpo meccanico’ che attraverso le esperienze futuriste e la sua divulgazione lecorbuseriana si è proiettato su tutte le modernità.

La postmodernità ha trasformato l’edificio in ‘corpo immateriale’ definito da Franco Purini «ossimoro con il quale si indica la avvenuta scissione tra la realtà concreta dell’edificio e la sua immagine mediatica».1 Questo nuovo concetto esprime la convinzione della riduzione del valore dell’architettura come trasfor- mazione della realtà «(…) esprime il paradosso di una realtà fisica che si subordina al suo simulacro il quale, destinato a circolare nell’universo telematico, smentisce la sostanza dell’architettura come radi- camento e trasformazione». Subentra quindi nel lessico architettonico del corpo immateriale il concetto di invisibile, non più come capacità di comunicare gli aspetti nascosti della realtà, ma come ricerca di proiettare l’impossibile come «realmente l’unica realtà possibile». (Purini)

Luigi Prestinenza Puglisi esprime come sempre con estrema efficacia questa ‘realtà possibile’: «La massa muraria supplisce, con la sua inerzia, al variare delle situazioni ambientali esterne. Sue caratteri- stiche sono: la pesantezza, l’opacità, la permanenza. Una parete innovativa invece attivando dei sensori, reagisce al variare delle situazioni esterne producendo mutamento. è pertanto leggera, flessibile, fragile. La massa muraria agisce come una barriera all’informazione. Blocca tutto ciò che tenta di attraversarla. La parete sensibile è assimilabile invece a un trasmettitore: comunica per attivare strategie adeguate. Pensiamo adesso ad un edificio tradizionale e a uno tecnologicamente avanzato. Il primo trova il suo equilibrio nell’interagire il meno possibile con l’ambiente. Il secondo vive di contatti con l’esterno, fun- ziona come pelle, come un sistema nervoso. Come una membrana, se non vogliamo usare il parallelo troppo impegnativo con la fisiologia umana».2 Il passaggio dall’opacità alla trasparenza, o meglio lo scambio continuo fra questi due aspetti dell’architettura è sempre stato nell’epoca moderna il vettore che ha trasformato i linguaggi dell’architettura fino ai giorni nostri. Walter Benjamin nel 1929 ne Il ritorno del Flaneur vede nella trasparenza di Giedion, Mendelsohn, Le Corbusier il senso di un futuro caratterizzato da ‘spazi di transito’. «Per abitare nel vecchio senso dove l’intimità, la sicurezza stava al primo posto è suonata l’ultima ora. Giedion, Mendelsohn, Le Corbusier trasformano la dimora degli uomini anzitutto in uno spazio di transito attraversato da tutte le pensabili forze e onde di luce e aria. Il futuro sta sotto il segno della trasparenza». La trasparenza assume valori oltre che architettonici anche di portata sociale dettato da necessità di cambiamento dei primi del ‘900. Trasparenza come ‘parola d’ordine’ di una società «che si accinge a costruire case con pareti di vetro, dove le terrazze entrano profondamente dentro le stanze che già non sono più tali».3 In questo senso un personaggio chiave nell’aver traslato il valore del ‘vetro’ nel campo culturale e sociale, fino a sfociare nel campo dell’imma- ginario surreale è Paul Scheerbart: «(…) anche delle finestre non si parlerà più molto dopo l’introduzione dell’architettura di vetro; la parola stessa ‘finestra’ scomparirà dal nostro vocabolario. (…) queste sono purtroppo visioni avveniristiche, che però dobbiamo tenere ben presenti se vogliamo che un giorno sorga realmente questa nuova era». Walter Benjamin, nel salutare l’architettura di vetro del poeta Paul Scheerbart, vede un tentativo moderno di «rottura nei confronti della continuità borghese», un atto di «barbarie positiva entro la generale ‘povertà’ di esperienze da cui i moderni gli parvero coinvolti. Scheer- bart pone grande valore nel far alloggiare la sua gente, i propri cittadini in quartieri adeguati alla propria condizione: in case di vetro regolabili e mobili, come intanto ne costruivano Loos e Le Corbusier. Non per nulla il vetro è un materiale freddo e sobrio. Le cose di vetro non hanno aura. Il vetro è soprattutto il nemico del segreto. è anche il nemico del possesso». La ‘trasparenza’ vagheggiata da Sheebart attra- verso il vetro è portatrice di un messaggio teso a ritrovare l’istinto della trasparenza negli stessi rapporti sociali e umani oltre che a contrapporsi a quella che Giulio Schiavoni nel saggio inserito in Architettura di vetro, definisce ‘cultura caserma’ del primo anteguerra. Quindi al concetto trasparenza va dato il suo vero ruolo di trasportatore da una cultura, quella tettonica, ed un altra, quella dei monitor. Un ruolo non legato ad una scelta di appartenenza che, come tutte le prese di posizione, porta al fallimento ed alla fine di un’idea, ma ad una lettura trasversale su più campi interpretativi di un mondo che è sempre più consapevole della relatività dell’atto culturale creativo. Relatività temporale, strategica, ciò che si pensa in un certo momento è sfuggevole e relativo, un momento prima già pensato da altri.

Esiste quindi oggi una contrapposizione tra i due termini? Oppure l’essere ‘leggeri’ può voler significare anche ‘pesantezza’? Su questa domanda possiamo certamente andare avanti.

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