L’architettura e la luce

a cura di Pietro Gaglianò

Giancarlo Cauteruccio, da quando nel 1977 fonda il gruppo ‘il Marchingegno’, basa la propria ricerca su un’idea di architettura sensoriale come approccio conoscitivo della città, realizzando azioni e installazioni di attraversamento linguistico tra la luce e il suono, lo spazio e il corpo, che vengono ospitate tra l’altro al Museo d’Arte Moderna di Roma, al Forte Belvedere a Firenze, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, al Castello dell’Imperatore a Prato, al Castello Sant’Elmo di Napoli. Nel 1982 Cauteruccio dà vita al gruppo Krypton, dove viene messa a fuoco l’applicazione delle tecnologie multimediali ai linguaggi artistici, muovendosi in modo realmente pionieristico su un campo di sperimentazione all’epoca largamente inesplorato. Al centro della sua opera, e delle sue ricerche teatrali
e architettoniche, l’elemento cardine è la luce, spazio dell’azione e vettore di una visione spettacolare e poetica dello spazio architettonico, ambientale e teatrale.
In questo contesto la luce non viene esperita solo come fenomeno fisico, o come espediente tecnico, ma indagata in termini linguistici, poetici e filosofici: riflessioni da cui scaturiscono progetti che traggono riferimenti nella tradizione biblica e nelle altre cosmogonie dell’area mediterranea, dove la luce è il primo elemento sensibile che presiede alla creazione del mondo e poi genera i corpi e le forme, rivelandoli. Tra i molti progetti su scala urbana di Cauteruccio si ricordano ‘Intervallo’,
1984, realizzato a Firenze sull’Arno, tra Ponte Vecchio e Ponte alle Grazie,
e ‘Metamorfosi’ che lo consacra sulla scena internazionale venendo presentato nella Hauptplatz di Linz, Austria, e in seguito riadattato per Piazza Santissima Annunziata a Firenze, per l’anno Europeo della Cultura. In oltre trent’anni di attività il Teatro Architettura di Cauteruccio scardina e reimpagina gli assetti formali delle più importanti piazze delle città italiane ed europee, da Kassel a Oslo, da Mosca a Zagabria, fino alle romane Piazza Venezia e Piazza del Popolo dove nel 2009 viene realizzato il suo progetto ‘Laboratorio per l’addestramento della Luce – Nuove Iridescenze’, nell’ambito delle celebrazioni del Centenario Futurista.

Pietro Gaglianò Il tuo lavoro sulla luce si profila come un’indagine che attraversa la storia stessa del rapporto tra l’uomo e il teatro, nella decifrazione dei pieni
e dei vuoti, dei volumi, delle ombre. Lo spazio architettonico diventa il luogo di un’azione che reca gli strumenti e la sensibilità di un’operazione di taglio teatrale.

Giancarlo Cauteruccio Da quando mi sono misurato con il teatro ho sempre immaginato lo spazio della scena come città virtuale, e questo mi ha portato
a considerare la città come luogo dinamico non solo per l’espressione, ma anche per l’elaborazione dell’azione sociale e comportamentale dell’individuo. Il rapporto tra uomo e organismo urbano è sempre al centro del mio lavoro; e non a caso
uso il termine ‘organismo’ pensando alla città, anzi è proprio questa metafora
a fornire la chiave di interpretazione della mia ricerca. Il corpo, infatti, è l’elemento fondamentale di ogni espressione teatrale, composto da arterie, sistemi, organi, mentre la città ha una conformazione simile, come se del corpo fosse una specie
di proiezione, un’espansione: un organismo all’interno del quale pulsano il ritmo,
la velocità, il pieno e il vuoto, l’ombra e la luce. La città ha un tessuto sensoriale,
e quando ero un giovanissimo studente di architettura immaginavo che la funzione dell’architetto fosse quella di sollecitatore di sensorialità.
 PG Sulla città intervieni con la luce.
 GC La luce è uno strumento di scrittura, un dispositivo attraverso il quale disegnare, reinterpretare, raccontare e sollecitare le energie che l’architettura contiene in sé, ma che vengono celate da una malintesa idea di staticità. Ho sempre pensato che gli stili dell’architettura contenessero un’energia espressiva, dinamica, e per questo per me la città è il cantiere in cui viene messo in opera tale azione. PG Dalle tue parole sembra che l’arte abbia il potere di modificare la realtà. 
GC L’arte modifica la realtà e in qualche modo la qualifica, la restituisce ai sensi e alla sua stessa natura, che è dinamica. L’arte è veicolo di approfondimento,
è strumento attraverso il quale si passa dai luoghi di superficie a quelli dell’interiorità, dal sentimento del piacere alla comprensione del dolore, generato da ogni processo di conoscenza. L’arte è continua denuncia dei fatti, e deve farci i conti. Uno dei miei primi lavori si intitolava ‘Alla luce dei fatti – fatti di luce’. PG Il tuo lavoro con la luce sulle architetture si esplicita in moltissime chiavi formali che, attraverso una gamma vastissima, spesso approdano all’uso della parola proiettata. Una parola di luce, che diventa una parola di pietra. 
GC La città è come un libro, quindi deve raccontare. Narra le sue potenze morfologiche, e i suoi potenziali semantici, con l’uso della scrittura che trasforma ogni muro in una superficie dinamica. La facciata architettonica assume così una reale organicità in una danza delle sue forme, ma anche dei suoi contenuti.
 PG Il punto di vista artistico dovrebbe completare, o in qualche modo riscrivere il lavoro dell’architetto?
GC Io stesso, anche in quanto quasi architetto, ho immaginato di progettare
la città come archetipo di una condizione contemporanea. A partire dalle avanguardie, con l’avvento della macchina, della tecnologia, e in tempi più recenti della cultura digitale, ogni visione architettonica deve comprendere,
al di là delle necessarie funzioni, nuove caratteristiche come la trasparenza,
la rifrazione. Qualità che non vanno intese solo come soluzioni estetiche
ispirate alla modernità, ma come nuovo linguaggio dei luoghi da abitare e da usare, in una parola: da vivere. Si tratta di considerazioni fondate sulla piena osservazione della realtà: l’architettura è sempre condizionata dalle variazioni cromatiche determinate durante il giorno dalla contingenza atmosferica. Il
primo strumento di illuminazione dei luoghi è la natura stessa, basti pensare al mistero della trasformazione percettiva che avviene tra l’aurora e il tramonto, uno spazio sensoriale in cui dialogano il paesaggio naturale e quello costruito.
In questo senso la notte può diventare una pagina sulla quale disegnare una nuova percezione dei luoghi, e l’apporto delle tecnologie ci dà la possibilità
di confrontarci con l’insegnamento della natura. Di notte abbiamo strumenti linguistici che di giorno rimangono in possesso di una condizione trascendente. Con la luce artificiale si può dare un senso a quella che desideriamo sia la percezione della città nell’era contemporanea. Si potrebbe dire che se alla luce del sole prevale la trascendenza, di notte possiamo usare i valori dell’immanenza. PG Allora hai scelto il teatro perché permette una perpetua notte artificiale?
GC Sì, proprio da qui nasce la necessità di trasferire certe intuizioni. Il teatro diventa il luogo-macchina del quale l’uomo si è munito per trattare la realtà senza l’interferenza della potenza della natura. D’altra parte, guardando alla storia, dal teatro greco ai grandi allestimenti del Rinascimento, si legge la cronaca di un rapporto in cui l’uomo ha sempre avvertito la necessità di inserire i linguaggi dell’arte nei luoghi della natura. Io, personalmente, in opposizione
a un’azione di colonizzazione dello spazio, ho sempre lavorato sull’idea che il luogo debba essere non solo il protagonista ma essere l’elemento propulsore del progetto, non un contenitore, un fondale passivo, ma un elemento attivo, un’emittente di energia, un interlocutore. In tutti i miei progetti è il luogo che determina la drammaturgia dell’opera. Per esempio, a Firenze, nel 1984, l’Arno è stato agito come intervallo al cui interno sviluppare un rapporto visionario con la città, mentre in piazza Santissima Annunziata, nel 1988, il fattore ‘simmetria’ di matrice brunelleschiana viene esaltato e rivelato attraverso l’intervento artistico. Le grandi piazze sono sempre luoghi attivi. Qui risiede la differenza

tra il rapporto che la città storica intreccia con un apparato tecnologico e una città come Las Vegas, che proprio perché priva di storia si compone solo della superficie determinata dalla luce. A me interessa il rapporto tra l’esteriorità
e il suo contenuto, che dovrebbe essere disvelato. È come arrivare in una città e guardare un palazzo, e far sì che le sue finestre si aprano all’improvviso

e vomitino energie, racconti, contenuti.
PG Come si può sintetizzare questo tuo viaggio nell’estetica della luce?
GC C’è un progetto sul quale medito da anni; si intitola ‘Rinascimenti nella Luce’, prenderà forma nel 2011, e vorrei che diventasse un festival internazionale delle architetture di luce. Utilizzando i meravigliosi scenari rinascimentali di Firenze, vorrei coinvolgere artisti, architetti, scenografi, chiamati a misurarsi con il rapporto luce e architettura, per creare anno dopo anno una festa degli scenari che restituisca alla città il suo cuore pulsante.
PG La città contemporanea rimarrebbe esclusa dal progetto?
GC No, tutt’altro. Già nel prologo progettuale del 2010, oltre ad avere lavorato sulla Loggia dei Lanzi, in Piazza Signoria e su Palazzo Medici Riccardi,
siamo intervenuti su una delle opere architettoniche più discusse della Firenze contemporanea come il Palazzo di Giustizia progettato da Leonardo Ricci
negli anni ‘70, e collocato in una delle aree a quel tempo realmente periferiche rispetto al centro storico.
PG Dove si possono trovare materiali sul tuo lavoro?
GC Sono state pubblicate alcune tesi di laurea sul mio lavoro, discusse in diversi atenei italiani, mentre è già in distribuzione il libro ‘Teatri di Luce’, edito da Titivillus, ed è in via di pubblicazione un secondo volume, ‘Architetture di luce’,
in uscita nei prossimi mesi.

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