Mario Nanni – Emozione e concentrazione

Mara Corradi Mario Nanni è un produttore di apparecchi luminosi. Eppure spesso le sue installazioni nascondono le fonti luminose, lasciandone solo l’effetto. Quale riflessione sta dietro a tale scelta? Sembra presupporre che il miglior design sia quello che scompare…
Mario Nanni Io non sono un produttore, sono un progettista. Non faccio installazioni, ma lavori, sperimentazione e ricerca: solo affrontando il progetto ogni volta con entusiasmo e convinzione si ottiene un lavoro compiuto, duraturo, importante. Un lavoro che sappia parlare di sé anche in silenzio, che si noti per il suo effetto, non solo per gli elementi che lo generano. Sono anni che progetto seguendo delle mie regole, le otto regole della luce, nate dall’osservazione della luce naturale. Una di queste recita: presenza e assenza. Presenza di luce, assenza di corpo illuminante; ma non sono necessariamente la scomparsa e il negarsi che fanno il buon design: sono il pensiero progettuale e l’effetto finale a fare la differenza. La presenza e l’assenza, appunto. È stato a metà degli anni ‘80 che mi sono cimentato per la prima volta nel progettare un corpo illuminante che scomparisse totalmente; quando tutti mi prendevano per matto e nella mia ideazione della scomparsa totale leggevano solo le difficoltà tecniche di montaggio e installazione, io invece pensavo alla luce inventando l’annulla- mento del prodotto.

MC Ha realizzato progetti illuminotecnici sia per far fruire degli spazi architettonici, come alla Triennale di Milano, che per fruire degli spazi architettonici come scenari, per esempio l’installazione sulla facciata del Teatro alla Scala. La luce può servire a leggere meglio l’architettura oppure a sua volta può essere messaggio indipendente. Lei come decide di volta in volta quale approccio tenere?
MN Ogni progetto è un progetto a sé, una sfida e una scelta nuova. La luce è uno strumento, una materia che aiuta l’architettura a manifestarsi e a vivere. Di volta in volta decido se usare la luce come strumento narrativo, emozionale, costruttivo, in ogni caso sempre a servizio dell’architettura. Quando mi confronto con uno spazio architettonico, una facciata, un dettaglio costruttivo, a qualsiasi scala ci troviamo, percorro sempre un’unica strada: la ricerca della luce giusta. Quella narrativa, spettacolare ed emozionale sul Teatro alla Scala di Milano; quella tecnica e a servizio della fruizione degli spazi espositivi alla Triennale di Milano a fianco di Michele De Lucchi; quella in movimento e scenografica per l’opera ‘CCC’ con Kengo Kuma; la luce del silenzio con Peter Zumthor a Vals; quella narrativa per la Biennale di Venezia; quella spettacolare per gli spazi Adnoc ad Abu Dhabi. Sono sempre e comunque teso alla ricerca della luce giusta che impari ad ascoltare il luogo.

MC Libro d’ombra di Junichiro Tanizaki confronta la razionale predilezione verso l’illuminazione elettrica della società occidentale con la più intuitiva e irrazionale propensione dell’architettura giapponese tradizionale per l’ombra. A quale dei due approcci alla rappresentazione dello spazio si sente più vicino? Quale pensa che sia più attuale oggi?

MN Per me è un libro di riferimento, leggendo il quale ho maturato molte riflessioni. L’invenzione della lampadina, l’ho sempre sostenuto, è stato l’inizio della fine: nella nostra cultura occidentale con la nascita della lampadina a incandescenza si è smesso di progettare con la luce, ci si è impigriti. Non più progettazione, ma solo posizionamento in sequenza di punti luce. La cultura orientale, invece, è riuscita a rimanere più pura e integra, più fedele al rispetto e al corretto uso della luce naturale. L’ ombra è parte integrante della luce, nessuna delle due esiste senza l’altra e il loro giusto equilibrio diventa il vero modo di progettare. L’ideale è saper usare la tecnologia contemporanea nel rispetto e con l’amore per la cultura legata all’uso della luce naturale.

MC Nel suo lavoro, c’è il rischio di trasformare il progetto architettonico o urbanistico su cui si inter- viene in qualcosa di diverso dall’originale? Le è mai capitato di muoversi al confine e di accorgersi che stava prevaricando l’opera?
MN Trasformare in qualcosa di diverso dall’originale vuol dire ingannare, ma la luce giusta non inganna, fa vedere. Magari fa vedere a modo suo: stupendo, nascondendo, emozionando, incantando, ma non ingannando. Io mi approccio al progetto mettendomi sempre a servizio dell’opera e dell’architettura, cercando di non prevaricare mai l’oggetto che si illumina, ma anzi esaltandolo. Nei miei progetti si può riconoscere il mio modo di lavorare, la mia mano, le mie scelte, ma è lo sguardo attento a notarlo, non l’azione di prevaricazione a farlo notare. Se il progettista prevarica l’opera la spegne; io invece lavoro per illuminarla. Diverso è l’approccio progettuale quando si tratta delle mie ‘poesie di luce’: entra in gioco una componente poetica che va oltre la progettazione. È un modo di esprimersi con la luce, di narrare storie e sogni, di usare la luce come strumento e fonte di espressione emozionale. In questi casi non mi sento solo a servizio dell’architettura, ma sento che anche l’architettura può essere a mio servizio: diventa la pagina bianca sulla quale mi posso esprimere, lo spazio che stimola riflessioni e sperimentazioni, la superficie che si fa raccontare dalle mie opere.

MC Ho letto della sua battaglia contro la scomparsa della lampadina a incandescenza. Come sta andando?
MN Purtroppo male, ma non cedo. Sta andando male perché l’indifferenza, la poca consapevolezza della gravità delle cose, la mancanza di coscienza sociale e le campagne ingannevoli fanno credere a tutti che la morte della lampadina aiuterà il pianeta a vivere meglio. Un paradosso. Spesso, sostituendo le vecchie lampadine di casa nostra con nuove a basso consumo, crediamo di compiere un gesto rilevante per il miglioramento delle sorti del mondo; questo è quello che ci fanno credere. Quello che non ci dicono, ciò che nessuno spiega è quanto costa produrre una lampadina a basso consumo e quanto una tradizionale E27. Non ci è dato di sapere, ma questo è quello che vogliono le grandi multinazionali del settore: farci sentire la coscienza a posto, farci credere che siamo ecologisti quando appoggiamo le loro iniziative di mercato, farci pensare che le vecchie tecnologie sono nemiche e che il futuro, buono e pulito, stia solo nelle nuove frontiere… quelle nelle quali loro stanno guadagnando. Io non mi fermo, le vecchie lampadine non sono solo delle icone per me, sono uno strumento per la creazione di nuovi corpi illuminanti, per educare le nuove generazioni, per sensibilizzare tutti noi sul reale risparmio energetico; sono un’opera che ad Artefiera 2011 ho raccolto, invitando tutti i visitatori della manifestazione a portarmi una loro vecchia lampadina, anche fulminata. Ne ho centinaia che conservo in vasi di vetro: darò loro una nuova vita.

MC Tanti importanti imprenditori della luce come lei sono anche progettisti. Questa trasversalità è una volontà di controllo totale o un desiderio di dettagliare la propria impronta e personalità al progetto? MN È un modo di essere. Non amo definirmi imprenditore, perché sono un progettista: ho fondato un’azienda strutturandola come un laboratorio, un’officina, un luogo di ricerca e sperimentazione. Io sostengo che progettare sia voce del verbo amare, perché la progettazione è soprattutto la costruzione di se stessi. Questa trasversalità non è data dalla voglia di progettare qualsiasi cosa, ma dal bisogno di risolvere le problematiche della vita quotidiana. Penso che chi apprezza il mio lavoro ne veda la ricerca, le soluzioni tecnologiche, la passione, non il formalismo inutile.

MC Blocco è una lampada, un tavolo, una seduta, un gioco, forse non è definibile cosa sia. Guardando i giovani progettisti oggi sembrano seguire questa ispirazione, abbattendo i confini tipologici per pro- gettare oggetti comunicativi, espressivi, privi di una vera definizione. È uno spirito di ribellione fine a se stesso, una provocazione in attesa di nuove definizioni, o un preciso nuovo indirizzo progettuale? MN Nel mio caso non si tratta di spirito di ribellione: è il blocco dei miei appunti, lo spazio per ritrovarsi con se stessi. Un momento per pensare e disegnare, comunicare e scrivere, progettare e concentrarsi. È il contenitore dei miei pensieri, il momento in cui mi ritrovo di fronte al foglio bianco: la pagina bianca per me è sempre stata fonte di grande ispirazione, uno stimolo che mi ha fatto riflettere sulla luce naturale, una superficie intonsa che per me è diventata sorgente luminosa, il simbolo della sfida che mi spinge ad affrontare ogni volta con rinnovato entusiasmo un nuovo percorso. La mia ispirazione è stata questa. Gli oggetti devono innanzitutto servire a qualcosa, avere un uso, una funzione, devono essere elementi ben definiti, capaci di scatenare molteplici azioni e sensazioni, ma con rigore. Emozione e concentrazione, come quella del primo giorno di scuola, quando ci si pone nuovi obiettivi e molte domande: anche i quesiti sono fonte di crescita, una vera e propria fase progettuale. Così il blocco diventa un oggetto, una lampada, ma anche l’inizio di un percorso dove appuntare tutte le domande che ci faranno crescere. La prima che ricordo? «Di giorno la luce del sole, di notte la luce della luna… qual è la luce giusta? Mio nonno rispose quella del sole e della luna… e della lampadina».

 

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