AND 22 – KENGO KUMA > SKIN

Questo numero, parlando di ‘pelle’ in architettura, non poteva che accogliere un maestro dell’architettura giapponese come Kengo Kuma.
Raccontare il mondo Kuma è stata una scelta facile e immediata, proprio perché il numero indaga non solo sugli aspetti formali dell’involucro, bensì più a fondo sul senso e il significato di ‘doppio limite’, di nuovo spazio architettonico fra l’esterno e l’interno, come si trattasse di un nuovo luogo di transizione capace di divenire un ‘test perpetuo’ nella percezione contemporanea dello spazio. Kengo Kuma in questo senso rappresenta la cultura poetica e spirituale del ‘doppio involucro’, come dello spazio del ‘tra’.

Tadao Ando, in un’intervista di molti anni fa, a proposito di questa naturale vocazione della cultura giapponese tesa verso la ricerca dell’immateriale, dà alla parola KAHAI la responsabilità di rappresen- tare il senso di questo atteggiamento poetico: «Per me bisogna sentire qualcosa come una premonizione, un presentimento. Nel caso di un muro, ad esempio, bisogna che le persone sentano che cosa c’è dietro quel muro. È ciò che in giapponese chiamiamo KAHAI, premonizione». Il mistero, come la certezza del ‘limite’, in Kengo Kuma trova la massima espressione del KAHAI.

La premonizione in Kuma è il mistero, le aspettative che si creano una volta venuti a ‘conoscenza’ delle sue opere. In questo senso l’architettura di Kuma fa sempre dialogare, con linguaggi e compo- sizioni diverse, il ‘vuoto’ con il ‘pieno’, come tra architettura e immaginazione. Ma è lo stesso Kengo Kuma che ci esprime il senso di questo dialogo attraverso metafo re poetiche; come nel suo intervento al Congresso internazionale di Architettura a Torino nel 2008: «Il vuoto ha in architettura la stessa importanza che ha il silenzio in musica».

Questo modo di affrontare la creazione architettonica spiega molte delle sue opere proprio perché «l’architettura deve essere come una finestra verso qualcos’altro, sempre nel rispetto dei fenomeni naturali».
Spero che questo numero di AND, grazie anche alla ricchezza narrativa di Luigi Alini, possa introdurre il lettore nell’ennesimo sforzo di ‘raccontare’ in profondità questa ‘finestra verso qualcos’altro’.

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