AND 23 – CLAUDIO NARDI > ARCHITETTI ITALIANI

Come caratteristica ormai consolidata di AND ogni numero prende avvio, nella ricerca e nel racconto dell’architettura, da un architetto e soprattutto dal suo pensiero.
Il numero 23 ha scelto Claudio Nardi e la sua produzione come momento di riflessione più ampio sul sapere italiano in termini di creatività e di attenzione alle variabili del saper progettare. In Nardi si respira quell’aria fresca di identità che ci appartiene come paese, come luogo d’arte, come testimonianza di tradizione e modernità nei secoli in cui il pensiero è sempre strettamente legato al fare. La progettazione di Claudio Nardi sa riannodare le “parole”, le sa tradurre in nuove espressioni per poter diventare “lingua” o continuare ad esserlo. Sottolineo “lingua” e non “linguaggio” proprio perché la ricerca dello studio Nardi va verso le innumerevoli declinazioni da esprimere a tutte le scale con una diversità di approccio ogni qual volta si presenti l’occasione di ideare. Non interessa il “linguaggio”, come format ripetitivo o come dichiarata appartenenza e riconoscibilità ad una cultura progettuale anziché ad un’altra. Piuttosto interessa tutte le volte mettersi a confronto con i luoghi, con le scale di intervento, con le diverse aspettative del cliente.

Le “parole” di questa “lingua”, pietra, legno, vetro, ferro, cemento, etc, non sono abbinate ad una disciplina piuttosto che un’altra, un messaggio chiaro contro le forzate definizioni o limitazioni dell’ideazione. Le “Parole” appartengono alla scala urbanistica, come a quella compositiva, come a quella del design e dell’interior.

La “trasformazione”, passione dichiarata di Claudio Nardi, non ha una scala propria, ma passa dal paesaggio al design e viceversa. Quello che colpisce dei progetti di Nardi è l’opportunità che sa dare a chi guarda le sue opere di avere una visione soggettiva e sempre diversa. Un richiamo al Barocco di Bernini, la cui rivoluzione silenziosa risiedeva proprio nel depositare al lettore la responsabilità di assorbire la bellezza, sempre originaria, anche se all’interno di codici precostituiti. Opere capaci quindi di avere tanti livelli di lettura alla stregua di un buon libro o come dichiara Claudio Nardi «come il libro che amo di più» .

Dietro questo pensiero architettonico c’è sensibilità, attenzione, voglia di conoscere, di capire come base di quel saper “vedere da artista” che Kandinsky aveva saputo cogliere perché «così sarà possibile suonare una immagine, poetare un pezzo musicale, scolpire una poesia, dipingere un ballo in tutte le possibili combinazioni».

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