AND 26 – STUDIO 63 > ARCHITETTI ITALIANI

Ricominciare ogni volta da capo. Ricominciare un percorso, una nuova narrazione architettonica senza posare sul tavolo dell’ideazione invarianti progettuali di immagine e di ripetizione di un linguaggio già sperimentato è la caratteristica più evidente dello Studio 63. Anzi vorrei superare certi formalismi editoriali e dire con forza i nomi di chi ha fondato questo studio e con cui ho un bellissimo rapporto di affetto e stima al di là di quello professionale: Massimo Dei e Piero Angelo Orecchioni.

Massimo e Piero Angelo ogni volta che si apprestano ad un nuovo progetto voltano pagina e cominciano tutto da capo, ma sempre con la costante ricerca di trovare uno stimolo, un rapporto fecondo con l’arte e non solo. Per questo i loro progetti sono diversi, ma accomunati dal colore, dall’ironia, dal contrasto simultaneo, dalla contaminazione, dal luogo e dall’identità nascosta di quest’ultimo in una reinterpretazione che può solo generare vera contemporaneità e profonda comunicazione. I due architetti hanno capito profondamente il senso della comunicazione, non ostentata, ma fatta di sottintesi, di parole in filigrana, di passaggi compositivi a contratsto, proprio per valorizzare ogni parte del tutto e dare identità anche al dettaglio. Se si leggono attentamente i loro progetti, soprattutto quelli legati ai brand e quindi più stretti dentro maglie comunicative e identitarie predefinite, si ritrovano quelle saggezze compositive che fanno parte del dna di ognuno di loro: la sartorialità di Piero Angelo che appartiene ad una famiglia di sarti in cui la cura del dettaglio è importante come il ruolo della ‘cucitura’ capace di legare idee e sogni; l’abitudine di Massimo alla bellezza in ogni sua manifestazione ambientale come artistica o architettonica di Firenze. Lo Studio63 ha lavorato in 25 paesi e quindi in luoghi con tracce e identità diverse, ma questo non gli ha mai fatto perdere il valore del rispetto del luogo. Questa loro caratteristica è in parte dovuta alla loro predisposizione culturale di accettazione della diversità in ogni manifestazione creativa, ma soprattutto alla loro formazione fiorentina degli anni 70/80 che risentiva ancora delle esperienze radicali e che ha fondato la propria didattica proprio nel rispetto di cosa un luogo può raccontare e come questo racconto si possa arricchire di nuove modernità. La Facoltà di Architettura di Firenze ha insegnato il valore delle ‘variabili’ compositive di Gamberini e Michelucci all’interno di un processo di ideazione fortemente caratterizzato dal senso e dal valore del contesto e della ‘struttura’ del luogo. Oltre oceano Kahn adotta, a distanza, sempre lo stesso processo di ‘deformazione’ a dimostrazione del valore globale di una precisa cultura di progetto, che bandendo gli autoreferenzialismi non abbia un luogo definito ma appartenga ad un modo di pensare il progetto. AND 26 in questo suo percorso decennale vuole scavare in questo tipo di appartenenza raccontando le eccellenze italiane facilmente declinabili in lingue e linguaggi diversi. Massimo Dei e Piero Angelo Orecchioni appartengono a questa cultura e ricerca a pieno titolo proprio perché, umilmente e sartorialmente, cominciano sempre ‘ogni volta da capo’.

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