La contemporaneità nella storia

Due mostre di Igor Mitoraj con regia di Alberto Bartalini

di Fabio Rosseti

Il forte legame che dai primi anni ’80 portava il grande Maestro Igor Mitoraj, recentemente scomparso, in questo territorio fra collina mare e montagna della Toscana tirrenica, nacque forse dalla consapevolezza di aver trovato qui quello che cercava. Come dice Alberto Bartalini, suo amico e profondo conoscitore dell’arte del Maestro polacco, nel sentito ricordo che ne fa all’inizio di questa rivista, «tra le più straordinarie doti di Mitoraj c’è quella di non temere il confronto con la storia, l’architettura, il paesaggio.» Pur legato ai materiali che più amava per le sue sculture (il marmo, la terracotta, il bronzo), sul cui uso la storia artistica toscana può dire molto, il suo era un rapporto di sintonia ma al tempo stesso di confronto con quella storia, architettura e paesaggio che rappresentano questo territorio e che nei secoli hanno dato vita all’Arte. Le grandi opere di Mitoraj sembrano essere lontane da queste ispirazioni, ma in realtà ne fanno parte in maniera profonda perché la cultura classica da cui prendono vita rappresenta, come osserva Antonio Paolucci parlando della mostra di Pisa, l’archetipo di quella «grande tradizione classica e rinascimentale» che ha trovato in Toscana la sua origine. Mitoraj tuttavia rappresenta questi archetipi frammentati, trasfigurati, ciechi, rivelando così il passare del tempo, ponendo degli interrogativi in chi guarda (perché quel viso perfetto non è completo? Cosa è successo dall’antichità ad oggi?). Passato e presente si confrontano e questo forse li fa essere vivi ai nostri occhi. Le due grandi mostre che Alberto Bartalini ha ideato e diretto percorrono questa linea. La prima, a Volterra, intitolata “Rosso Fiorentino Rosso Vivo”, più che una mostra è in realtà una pièce teatrale in 5 atti che ruota attorno alla Deposizione dalla Croce del Rosso Fiorentino, una delle opere più moderne del ‘500 per concezione ed esecuzione. Partendo dalla Sala in cui l’opera è conservata, la mostra si dipana attraverso la città etrusca confrontandosi, ad ogni atto, con altre opere di artisti moderni e contemporanei. Fino all’atto finale, dove all’interno del Teatro Romano due grandi opere di Mitoraj, due busti senza testa e senza braccia, giacciono. Uno è a terra, frammentato e ricomposto, l’altro è sollevato, verticale, ma segnato da un grande vuoto che ha la forma della croce commissa, la stessa che Rosso Fiorentino rappresenta nella sua deposizione. Simbolo antichissimo, simbolo di morte e supplizio ma anche di redenzione, la nostra, per la quale Cristo è morto. Mitoraj chiude così la “rappresentazione” tornando al punto di partenza: la deposizione non del Cristo ma dell’Uomo. Il suo corpo frammentato giace ai piedi della croce che lui stesso porta: la Bellezza della classicità sembra essere perduta ma forse l’uomo contemporaneo può ancora sperare nella redenzione. L’altra mostra, dedicata interamente al Maestro polacco con oltre cento opere, si articola fra tre luoghi che ruotano attorno alla maestosità di Piazza dei Miracoli a Pisa con i suoi monumenti: il prato, l’antica sede degli uffici dell’Opera del Duomo ed il Museo delle Sinopie. “Angeli” è il nome della mostra, in cui ricorre un mito classico molto caro all’artista, quello di Icaro, colui che cerca di liberarsi dalle sofferenze ter- rene cercando la propria libertà nel cielo. Icaro lo troviamo rappresentato in grandi statue come nelle poco conosciute pitture, ma la bellezza di questa mostra è anche nella varietà delle opere esposte che attraversano tutta l’esperienza artistica di Mitoraj e nell’allestimento. Bartalini, che condivide con l’artista il senso e la passione per la Bellezza che appartiene alla civiltà classica, «che resiste alle barbarie», ha costruito un percorso espositivo dove le opere dialogano incessantemente con questi luoghi così ricchi di storia e di Bellezza, permettendoci di comprendere meglio il linguaggio dell’artista per il quale, come dice ancora Antonio Paolucci, «resta una idea di Bellezza classica che non è revival, non è nostalgia, ma è immutabile, indistruttibile principio.»

 

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