AND 29 – MIMESI62 > ARCHITETTI ITALIANI

Obliquo Fiorentino. Curzio Malaparte in “Maledetti Toscani” pennella un ritratto del “Toscano” preciso e ironico quando afferma che chi vive in questa area geografica ha il “paradiso” negli occhi e l’”inferno” nella bocca. Malaparte ha saputo cogliere il senso maledettamente “obliquo” del Toscano che attraverso il contrasto fra un paesaggio equilibrato e pittorico, quello visto dagli occhi, e l’ironia pungente e infernale della sua anima, quella espressa dalla bocca, come parola, disegna il proprio carattere, la propria riconoscibilità. Questa caratteristica di “contrasto” del carattere fiorentino porta naturalmente ad un “fare” non facilmente riconducibile a regole immediatamente riconoscibili. 

La caratteristica “obliqua” forse più evidente della fiorentinità risiede nel custodire un sapere architettonico che difficilmente si riesce a cogliere, se non in filigrana: il tratto leggero ed impercettibile di un disegno urbano e di architettura già scritto e definito. In questo senso Firenze può rappresentare lo spazio urbano dello “smarrimento” per quell’assenza di regole apparenti, ma che velatamente disegnano la città e il rapporto architettura/spazio urbano. Il primo insediamento romano comprese la “bellezza” del luogo pianeggiante, lungo un fiume e circondato da amabili colline verdi. Questa intuizione ambientale, resa rigorosa attraverso l’impianto romano del cardo e decumano, ancor oggi leggibile nel centro di Firenze, impostò la “regola” compositiva della successiva ed efficace ”astrazione brunelleschiana”. Questo è forse l’esempio più lampante, a livello architettonico e ambientale, e quindi a scale diverse, di come la “bellezza” non possa essere soggettiva bensì scientificamente oggettiva: in questo caso il “mi piace” o il “non mi piace” sono banditi dalle possibili prese di posizione soggettive. Brunelleschi genialmente comprese questo disegno nascosto che strutturava la bellezza della città e cercò di seguirne le tracce, la struttura e i rapporti, sempre alle diverse scale di costruzione, da quella ambientale a quella del dettaglio.

Giovanni Fanelli, nel suo libro “Firenze”, scrive: «Le opere del Brunelleschi si inseriscono in un contesto urbano ormai definito per sempre nelle sue misure fondamentali. (…) Ma nel come di tutte le opere brunelleschiane, c’è una forza di invenzione e una novità di visione tali da costruire entità spaziali che, in se stesse e nei loro rapporti reciproci calcolati, vengono ad affermare nella Firenze medioevale una articolazione strutturale fondata su un principio di ordine razionale e geometrico che regola qualsiasi situazione particolare e la città intera nel suo territorio.» (pag 71). Quindi Bruneleschi parte da una struttura già definita e consolidata attraverso regole sedimentate nel tempo e la rispetta aggiungendo elementi architettonici che, nel romperla, ne accentuano il valore semantico. Questo atteggiamento “obliquo”, prima di conoscenza e rispetto delle regole, poi con l’innesto di concetti nuovi di città e di rapporti spaziali, si fonda su una linea geometrica applicabile alla scala del territorio, come a quella urbana e architettonica: la diagonale, ovvero la sezione spaziale, che accompagna quella visiva e percettiva. La diagonale nel suo procedere obliquo accompagna l’osservatore in un percorso di vera e propria salita, dallo spazio urbano verso l’architettura e viceversa: è l’astrazione brunelleschiana, ovvero quell’esperienza spaziale per cui l’osservatore avverte il rapporto scambievole fra la città e l’architettura, e viceversa.

Una chiara e immediata “esperienza obliqua” dell’astrazione fiorentina è avvertibile in Piazza Pitti, nel rapporto che instaura fra il Palazzo e la città, con i tetti rossi degli edifici. Se si osserva il Palazzo dalla via, con davanti la grande piazza inclinata, che già nella sua topografia annuncia la “diagonale” e l’obliquità geometrica e sensoriale, l’architettura si “astrae”, diventa dominante semanticamente sulla piazza e sulla città definendo la sua grandezza ed il suo potere urbano. Ma salendo in “diagonale” la piazza fino alla base del Palazzo e compiendo un giro dello sguardo di 180 gradi verso la città saranno i tetti rossi degli edifici che si astrarranno sul Palazzo, ridimensionando la sua grandezza a beneficio della città. La stessa esperienza percettiva “obliqua” avviene in uno spazio interamente progettato da Brunelleschi in tutte le sue parti, Santissima Annunziata e l’Ospedale degli Innocenti. Quando si è nella piazza perfettamente simmetrica, con assi visuali progettati, con le fontane del Tacca perfettamente collocate lungo assi compositivi, se si osserva l’ospedale questo si “astrae” sulla piazza stessa e su di noi. Pur essendo un edificio non arcigno e possente come Palazzo Pitti esso definisce la piazza e le dà rigore compositivo. Ma una volta saliti i nove gradini per accedere al porticato voltato e si compie lo stesso movimento di rotazione dello sguardo verso la piazza, questa si coglie nella sua grandezza rinascimentale e diventa importante e regola urbana e quindi si “astrae” sull’architettura che diventa piccola e si annulla. E lo stesso avviene per altri spazi urbani fiorentini.

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