AND 30 CHERUBINO GAMBARDELLA > ARCHITETTI ITALIANI

Utopia contemporanea. È abbastanza immediato associare Cherubino Gambardella al concetto più alto di Utopia sia con l’uso dei suoi disegni, soprattutto su Supernapoli, che attraverso la “strong idea” e la genesi dei suoi progetti. L’Utopia è innanzi tutto il progetto di una società ideale e non globalizzata e quindi ogni atto creativo per appartenere a questo viaggio ideale deve diventare “arte della democrazia”, accettando la “imperfezione” come caratteristica della contemporaneità. Se si ripercorre la storia del concetto stesso di Utopia non si può fare a meno di collegare Gambardella a Thomas More proprio nel modo di ribellarsi a quella globalizzazione governativa, in senso culturale, in modi diversi ed epoche distanti, ma sempre con la stessa fiducia verso una bellezza condivisa: «Vorrei che l’Architettura fosse padrona del mondo e che, in un battere di ciglia, una bellezza collettiva si impadronisse della terra».

Il pensatore rinascimentale era infatti come Gambardella in polemica con l’architettura del suo tempo, la quale a suo giudizio, occupandosi solo di simboleggiare le strutture del potere, era d’intralcio all’organizzazione democratica della società in cui egli credeva, auspicando la presenza della natura con facciate abbellite da fiori e arricchite di rampicanti perché «La natura – diceva infatti – non ha nessuna struttura di potere da proclamare».

Per Gambardella stiamo subendo gli esiti nefasti di un governo dell’architettura teorizzata e decollata culturalmente in Olanda nei primi anni ‘90 e planata suicidandosi disastrosamente nei nostri territori regionali, ognuno con le proprie peculiarità, producendo quei “giganti di argilla” attraverso lo Shopping Mall, le villettopoli, i poli terziari in cui il solo fattore aggregativo, da un punto di vista sociale, è il mero commercio fomentando un partito di architetti autoreferenziale: «questa sparuta fazione neoformalista è stata accolta con grande sospetto e questo clima ostile ha favorito la vittoria di un altro partito, un movimento globale che in Italia ha potuto constatare solo su qualche luogotenente e molti rivoluzionari di professione».

La ricchezza e la bellezza delle nostre città e dei nostri paesaggi si è da sempre fondata sulla dimensione epica tra Utopia e Realismo perdendo, grazie all’autoreferenzialismo, quell’identità che non può da sola essere la bandiera di una ribellione come antidoto al fallimento del generalismo. Nei disegni e nelle opere di Gambardella scaturisce la sua personale ribellione attraverso la valorizzazione di quello che definisce “regionalismo visionario” riconducendoci al “binomio fantastico” di Utopia e Realismo. Questo lavoro non ha quindi scale di progettazione predefinite lavorando persino sul make up delle facciate generaliste da risarcire, sugli spessori arricchiti di finestre, balconi e sporti dell’architettura del dopoguerra: « questa dimensione scenografica (…) è la prima da affrontare per un vero rinnovamento».

La bellezza Vitruviana su cui si è fondata la storia millenaria dell’architettura dovrà essere declinata in modo diverso ricercando la nuova Bellezza democratica «secondaria, imprecisa, disponibile, desunta da scritture, da istallazioni e regole, da cancellazioni e complessità scenografiche». Un lavoro solitario quasi artigianale, nella tipica tradizione italiana, che tende al visionario e quindi all’Utopia. I disegni di Gambardella sanno sintetizzare questa complessità e questa nuova e felice deriva della ricerca architettonica italiana con sovrapposizioni di immagini, segni, simboli, colori, prospettive alterate in cui il singolo osservatore esprime la propria immagine di architettura e città in un atto di semplice libertà.

Ne derivano infatti nuove visioni sempre mutevoli e provvisorie, come il tempo contemporaneo che ci accompagna, e che sembrano dialogare o essere in conflitto per diventare un’unica risultante rimanendo in rete le une con le altre. Un compito altamente etico perché, come dice  Julio Cortazar, «può bastare un’azione futile e illogica allo scopo di combattere il pragmatismo e l’orribile tendenza al conseguimento di fini utili».

La regola quindi non esiste, ma è ormai digerita in questa produzione poetica proprio perché si supera il concetto heideggheriano di “sintesi di passato presente e futuro” per un “oggi orientato e aperto” come  definisce il nostro tempo Cherubino Gambardella, non scollegando mai pensiero dal progetto, anche attraverso il disegno, in cui la magia e il mistero, tipicamente napoletano, regolano nuove prospettive per il progetto.

Paolo Di Nardo

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